(Quando l’amore per i vampiri non basta a farmi amare un libro)
Da grande fan dei vampiri – e, lo ammetto, del film degli anni ’90 con Brad Pitt e Tom Cruise – mi sono avvicinata a Intervista col vampiro con aspettative altissime. Pensavo di ritrovare quell’atmosfera decadente, sensuale e tragica che aveva reso il film così iconico. E invece la lettura, pur interessante in molti punti, non è riuscita a conquistarmi davvero.
Il romanzo di Anne Rice è considerato un caposaldo del genere, e capisco perché: la scrittura è ricca, elegante, a tratti quasi lirica, e l’idea di raccontare l’esistenza di un vampiro attraverso una lunga confessione ha qualcosa di profondamente umano. Louis, il protagonista, narra la propria storia a un giovane giornalista, ripercorrendo secoli di vita, di perdite, di trasformazioni e di incontri che lo hanno segnato nel profondo.
Tra questi, ovviamente, spicca Lestat, vampiro affascinante e crudele, egoista, manipolatore ma con un magnetismo incontestabile. La dinamica tra i due è uno degli elementi più forti del romanzo, così come l’ingresso sulla scena della piccola Claudia, un personaggio disturbante e tragico, intrappolata in un corpo infantile nonostante una mente adulta che cresce, soffre e vuole di più.
Ambientazione e atmosfera: punti di forza del romanzo
Quello che ho amato davvero è l’atmosfera: le strade ombrose della New Orleans del Settecento, le case coloniali, le paludi, i teatri parigini infestati da vampiri che giocano a fare gli uomini… Rice ha una capacità notevole di costruire mondi, e lo fa con una cura quasi sensoriale. Si sente il profumo delle candele, il peso dell’umidità nelle stanze, la malinconia dei palazzi in rovina.
È un romanzo fortemente gotico, pieno di riflessioni sulla morte, sull’immortalità come condanna e sul senso stesso di essere “mostri”. Su questo livello, funziona benissimo.
E allora perché non mi è piaciuto del tutto?
Il punto è che, nonostante questi pregi, la lettura per me è stata più faticosa del previsto. Il ritmo è lento, molto introspettivo, e alcune digressioni sembrano tirarsi dietro pagine e pagine senza dare una vera direzione alla storia. Louis è un narratore tormentato, certo, ma a lungo andare la sua continua malinconia diventa monotona, quasi schiacciante.
Lestat, che per me era uno dei personaggi più intriganti del film, nel libro resta spesso sullo sfondo, e non ho ritrovato quella tensione, quel carisma che ricordavo. Perfino alcune scene chiave, che sullo schermo risultano esplosive, qui rimangono freddine, più raccontate che vissute.
In conclusione
Intervista col vampiro è un romanzo importante, ben scritto e ricco di un immaginario affascinante. È cupo, malinconico, e per certi versi profondamente poetico. Ma – e lo dico con amarezza, perché adoro il genere – non mi ha entusiasmato quanto speravo.
Forse perché arrivavo dal film e avevo in mente un certo tipo di energia. Forse perché i vampiri, per me, devono essere sì tormentati, ma anche un po’ più vivi – nella loro eterna non-vita. Qui ho trovato molta eleganza, molta atmosfera, ma meno coinvolgimento emotivo di quanto avrei voluto.
Una lettura che consiglio a chi ama il gotico lento e introspettivo. A chi cerca però la scintilla, il morso emotivo, quel brivido che rende un romanzo vampiresco indimenticabile… potrebbe rimanere un po’ deluso, proprio come è successo a me.

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