Perché è così tosta
Il libro è duro per vari motivi, e il primo è che non ti molla un attimo.
Non ti dà spiegazioni, non ti regala pause, non ti permette di capire “perché” succede ciò che succede. È una distopia asciutta, senza scenografie spettacolari, senza frasi da ricamare sui quaderni.
È una storia nuda.
Senza trucchi.
Senza pietà.
Non ti intrattiene: ti mette a disagio
Se cerchi una lettura che ti distragga o ti consoli, qui non c’è nulla di tutto questo.
La narrazione è monotona nel senso più realistico del termine: fatta di attese, silenzi, vite sospese. È quasi claustrofobica. E il fatto che la protagonista cerchi di dare un senso al suo mondo — senza mai riuscirci del tutto — rende il libro ancora più inquietante.
Eppure, proprio per questo impatto emotivo, è un romanzo che rimane addosso.
In conclusione Io che non ho conosciuto gli uomini non è un libro “bello” nel senso classico.
È un libro che ti prende allo stomaco.
Che ti lascia confuso, svuotato, inquieto.
E proprio per questo vale la pena leggerlo: perché pochi romanzi, in così poche pagine, riescono a creare un vuoto così potente.

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