giovedì 4 dicembre 2025

Recensione: Io che non ho conosciuto gli uomini di Jacqueline Harpman



Certe volte ti illudi che un libro così sottile sia anche “leggero”. Io che non ho conosciuto gli uomini invece ti prende a schiaffi fin dalla prima pagina. È breve, sì, ma è una di quelle letture che ti lascia un peso addosso, quasi come se avessi letto un mattone di 500 pagine. Solo che qui ogni parola è un coltello affilato.

Jacqueline Harpman racconta un gruppo di donne prigioniere in un luogo sotterraneo, senza sapere perché, da quanto tempo, o cosa sia rimasto del mondo. Tra loro c’è la protagonista, l’unica ad essere cresciuta lì dentro, l’unica che non ha mai conosciuto gli uomini. Non c’è magia, non c’è speranza, non c’è neppure un vero “mistero da risolvere”: c’è solo un’esistenza cruda, spogliata di ogni abbellimento.

Perché è così tosta

Il libro è duro per vari motivi, e il primo è che non ti molla un attimo.
Non ti dà spiegazioni, non ti regala pause, non ti permette di capire “perché” succede ciò che succede. È una distopia asciutta, senza scenografie spettacolari, senza frasi da ricamare sui quaderni.
È una storia nuda.
Senza trucchi.
Senza pietà.

Non ti intrattiene: ti mette a disagio

Se cerchi una lettura che ti distragga o ti consoli, qui non c’è nulla di tutto questo.
La narrazione è monotona nel senso più realistico del termine: fatta di attese, silenzi, vite sospese. È quasi claustrofobica. E il fatto che la protagonista cerchi di dare un senso al suo mondo — senza mai riuscirci del tutto — rende il libro ancora più inquietante.

Eppure, proprio per questo impatto emotivo, è un romanzo che rimane addosso. 

In conclusione Io che non ho conosciuto gli uomini non è un libro “bello” nel senso classico.

È un libro che ti prende allo stomaco.
Che ti lascia confuso, svuotato, inquieto.
E proprio per questo vale la pena leggerlo: perché pochi romanzi, in così poche pagine, riescono a creare un vuoto così potente.


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